SOGOMONBARCHAN

R II 2 3 (Sogomombar Can); R III 23 3; R III 23 6.

Sergamoni Borcam, Sergamuni, Sergomoni Borcan, Sergomon Saint F; Sergarmoni Borcam L; Sagraman Barban, Sagraman, Sorgichon Borchan, Santo Sogomon V; Borc(h)ain, Santo Barchan, Sogomor Barchan VB; Sogomoni Burghan, Sogomoni, Sogomoni Burchan, Sogomoni Sanctus Z.

BIBLIOGRAFIA – Burgio 2005; Cardona 1975, pp. 721-722; Pelliot 1959-1973, pp. 823-824 n. 326; Yule, Cordier 1929, II, pp. 320-330.

Sogomonborchan viene citato da Ramusio in due distinti capitoli: in R II 2 3, all’interno di un discorso sulla fede tenuto da Qubilai (e assente nel resto della tradizione), in cui è definito «il primo iddio degl’idoli»; in R III 23, sotto la rubrica intitolata all’isola di Zeilan.

Il capitolo dedicato a Zeilan è articolato in tre parti: (1) la descrizione di un sepolcro edificato su un picco impervio dell’isola (il cosiddetto “Picco di Adamo”, sul monte Sri Pada), in cui sono custoditi capelli, denti e un «catino» («scodella» negli altri testimoni). Il monumento è oggetto di venerazione e meta di pellegrinaggi da parte di musulmani e idolatri (la tomba è sacra anche all’induismo, ma, secondo un procedimento mentale tipico nel Milione, Marco Polo accomuna sotto la definizione di idolatria” manifestazioni religiose distinte): mentre i primi attribuiscono le reliquie ad Adamo (che su quest’isola, in base a leggende arabe, avrebbe trovato rifugio dopo la cacciata dal Paradiso terrestre), i secondi le assegnano a Buddha, chiamato S. Si apre a questo punto (2) una digressione sulla vita del Buddha, completata (3) dal racconto di alcuni fatti avvenuti dopo la sua morte, come la costruzione di una statua d’oro e pietre preziose voluta dal padre, le ottantaquattro reincarnazioni, l’inizio dei viaggi di devozione, il trasferimento delle reliquie a Cambalú nel 1288 su ordine di Qubilai.

Polo è il primo occidentale a riferire la biografia del Buddha, anche se ne omette episodi centrali come quello della cosiddetta «illuminazione» e non è in grado di collocare cronologicamente gli eventi (VI-V secolo a. C.); il suo racconto si basa, per i contenuti, su fonti chiaramente orientali, allineandosi con la tradizionale mitografia buddista, ma segue lo schema strutturale tipico delle vitae sanctorum occidentali.

Il filtro asiatico è evidente a partire dalla forma linguistica impiegata: Sogomon- corrisponde al mongolo Śākyamuni (che i Mongoli alternavano alla forma adattata Šigemuni) che probabilmente significa “il saggio, il silenzioso (muni) della famiglia Śākya”; -barchan è la deformazione di Burqan, parola turco-mongola equivalente a “Buddha”, che designava la divinità e la sua immagine. Cardona (1975, p. 721) osserva che «burqan è formato da bur più qan, e questa è ormai la spiegazione correntemente accettata, quasi fosse “il signore Buddha”». La derivazione mongola del termine fa pensare che Polo abbia sentito parlare di Buddha prima dell’arrivo a Zeilan, anche se resta impossibile identificare la sua fonte: secondo Burgio (2005) il fatto che la leggenda presenti forti elementi di cristianizzazione rafforza l’ipotesi di un informatore nestoriano piuttosto che idolatra, anche considerando il ruolo cruciale rivestito dai nestoriani nella diffusione di racconti agiografici come quello di San Iosafat e dell’eremita Barlaam (trasposizione in chiave cristiana della vita di Buddha attribuita a Giovanni Damasceno).

La narrazione poliana non si limita alle vicende biografiche, ma tenta anche di formulare una spiegazione delle origini dell’idolatria, affermando che S. «fu il primo uomo che trovasse gli idoli, e l’hanno per un uomo santo». Burgio (2005, pp. 52-54) riprendendo una nota di Yule, Cordier (1929, II, p. 238, nota 4), ha dimostrato come la descrizione del lutto del padre di S. e la decisione di erigere in suo onore una statua, hapax poliano ignoto alle fonti orientali, presenti notevoli affinità con un passo veterotestamentario molto diffuso nel Medioevo, Sapienza, 14 15 (nel contesto più ampio di Sapienza, 14 12-16), in cui l’origine degli idoli e dell’idolatria è attribuita alla disperazione di un padre per il figlio morto, e alla sua decisione di creare un simulacro in suo onore: «Acerbo enim luctu dolens pater, | cito sibi rapti filii fecit imaginem | et illum, qui tunc homo mortuus fuerat, | nunc tamquam deum colere coepit | et tradidit subiectis sacra et sacrificia».

In questo modo il testo poliano realizza una saldatura tra materiali orientali e occidentali, che, se non dipendesse da racconti uditi di persona in Oriente, potrebbe essere ricondotta alla manipolazione compiuta da Marco Polo e Rustichello da Pisa, secondo una modalità ben attestata nell’opera, che consiste nell’assimilazione di realtà etnografiche ignote attraverso il ricorso a categorie già note e a modelli interpretativi convenzionali: così la vicenda di Buddha, il primo uomo venerato come un idolo, viene letta attraverso il passo veterotestamentario tradizionalmente utilizzato per spiegare l’eziologia dell’errore del politeismo.

[SS]