SAN TOMMASO

R III 20 31; R III 20 60; R III 20 62; R III 22 1; R III 39 6.

sa(i)nt Tomas, saint Tomaus, saint T(h)omeu, saint Tomeo, sant Tomeu F; beatus Thomas, sanctus Thomas L; beatus Thomas P; San Tomaxo, Toma(d)o, Tomado Apostol(l)o, Tomaxo, Tomaxo Apostolo V; san Tomax(i)o VA; san Tomado, santissimo apostollo Tomado VB; sanctus Thomas, beatus Thomas, Thomas apostolus Z.

BIBLIOGRAFIA – Benedetto in prep.; Brown 1982; Cardona 1975, pp. 743-744; Devos 1948; Dognini, Ramelli 2001; Erbetta 1980; Hambye 1963; Longsworth Dames 1921; Milanesi 1978-1988, II, pp. 669-670; Monneret de Villard 1951; Most 2009; Olschki 1957, pp. 228-229; van der Wyngaert 1929; Sella 2008; Sorge 1982; Sorge 1983; Yule, Cordier 1929, II, pp. 356-359.

T. detto Didimo (aram. t’ōme, gr. Dídymos: “gemello”) è uno dei dodici apostoli. La sua importanza nel Vangelo di Giovanni (Gv 11 16, 14 5, 20 24-25, 20 26-28, 21 2) ha indotto alcuni studiosi a ritenere che la sua figura sia un’invenzione giovannea, per incarnare la dialettica tra dubbio e fede (Most 2009, pp. 69-73). T. diventa centrale negli apocrifi tra II e V sec., partic. in quelli legati allo gnosticismo (Il Vangelo dell’Infanzia di T., il Vangelo di T., Il libro di T. il Contendente, L’Apocalisse di T. – vd. Most 2009, p. 81). Gli Atti siriaci dell’apostolo (Edessa, prima metà del III sec.?) sono l’opera più influente in Occidente (vd. Erbetta 1980, p. 307): in quattordici capitoli si racconta come T. si dedichi all’evangelizzazione dell’India, convertendo il re Gundaphor e il suo popolo, e patendo il martirio per volontà del re Mesdeo, che affida l’omicidio a quattro bramini. I luoghi dell’attività di T. sono indicati in due tradizioni, in parte concorrenti: una fa capo all’Occidente mediterraneo e al Medioriente, l’altra è legata a tradizioni locali indiane. La prima si può suddividere a sua volta in base al centro di irradiazione: (a) Edessa per le tradizioni siriache; (b) Alessandria per gli echi greci e copti (Hambye 1963, p. 414). La tradizione edessena, cui si possono riferire, oltre agli Atti di T., le testimonianze di Sant’Efrem e della liturgia siriaca dei due riti caldei e antiocheno, insiste sull’apostolato indiano del santo, mentre quella alessandrina (che fa capo a Clemente d’Alessandria, Origene, e più tardi, Eusebio di Cesarea) parla dell’evangelizzazione della Partia; quest’apparente duplicità di informazioni si deve in realtà all’ambiguità della nozione di India fino al Medioevo avanzato (vd. la nota a India). Oltre alla tradizione patristica, anche la nestoriana e la giacobita concordano nell’attribuire a T. l’evangelizzazione dell’India (Brown 1982, p. 46; Dognini, Ramelli 2001). Esistono infine tradizioni locali, come quella dei cristiani malabariti detti «di T.», che si discostano dalla tradizione “occidentale” soprattutto per la localizzazione della sepoltura; a una di queste fonti si sono richiamati Polo e altri viaggiatori occidentali, fino a Duarte Barbosa. Quanto al luogo della sepoltura, comune a entrambe è l’indicazione (dal III sec. in poi) di Mylapour (ora sobborgo di Madras, nel Coromandel); ma per alcune fonti occidentali dal VII sec. si tratterebbe una non meglio identificata Calamina (vd. ps. Sofronio e Isidoro di Siviglia). Pure sulla storia successiva dei resti mortali di T. la tradizione diverge in una sostanziale alternativa. Secondo una stratificazione di narrazioni agiografiche che ha la sua origine in Edessa, centro della cristianità siro-aramaica, le spoglie avrebbero subìto tre traslazioni successive (Sorge 1982, p. 147): (1) da Mylapour a Edessa, nel 230 (?), in luogo non identificato (sebbene la Passio Sancti Thomae, redatta in Occidente a partire dagli Atti¸ e utilizzata da Vincenzo di Beauvais, Oderico Vitale, Jacopo da Voragine, descriva il sarcofago, come fa anche il De adventu patriarchae Indorum ad Urbem sub Calisto II, altro testo fondativo della tradizione della predicazione orientale di T. e della leggenda del Prete Gianni: vd. Sorge 1982, pp. 151-152; Monneret de Villard 1951, p. 91, 100 nota 2; Devos 1948, pp. 231 e segg.; Erbetta 1980, p. 375); (2) da Edessa all’isola greca di Chio (1144: Sorge 1982, pp. 153-154), che fra il 1251 e il 1261 fu nuovamente veneziana: in questa fase (1258) avvenne (3) il terzo passaggio, da Chio a Ortona (Sorge 1982, p. 155).

Le fonti di area orientale, per lo più malabarite e nestoriane, sostengono che il corpo rimase in India: dopo lo sbarco sulle coste di Cranganore (Kerala) T. avrebbe convertito gli indiani delle più alte caste e fatto edificare numerose chiese (Hambye 1963, p. 416) prima di proseguire a E e trovare il martirio a Mylapour. Ancora oggi esiste nel Kerala una comunità cristiana, detta “di San T.”, che si vuole originata da un antenato comune, battezzato dall’apostolo (Sorge 1983, p. 5; Hambye 1963, p. 416), e che fu a lungo privilegiata dai sovrani locali per l’alta estrazione sociale dei suoi componenti – tanto che nell’Ottocento «gli indù di casta (varna) erano convinti che il contatto con uno dei cristiani di T. [fosse] sufficiente a purificare la contaminazione con un fuori-casta» (Dognini, Ramelli 2001, p. 64); in essa sono diffusi due orientamenti liturgico-dottrinali: la più parte ha accolto le indicazione del Sinodo di Diamper (1599) per la professione del credo tridentino, e una minoranza professa il rito siro-caldeo (Sorge 1983, p. 147).

In Mylapour è il cuore pulsante della devozione e del pellegrinaggio. La città era collegata a T. ben prima che i portoghesi, affascinati dalla leggenda della fondazione apostolica di una comunità cristiana in Oriente, si mettessero sulle sue tracce (Brown 1982, pp. 57 e segg.; e vd. Yule, Cordier 1929, II, p. 358). La tomba di Mylapour, databile al I sec. d.C., fu ritrovata nel 1517, in una chiesa di fondazione antica, ma più recente rispetto alla sepoltura, «notevolmente al di sotto del livello della cappella corrispondente»; al di là dall’adesione alla realtà storica, va notato che questi dati collimano con quelli raccolti da Giovanni de’ Marignolli, e che «quando i Portoghesi aprirono la tomba nel 1523, vi trovarono una giara in terracotta che poteva contenere 25 litri, e che era riempita di terra» (Dognini, Ramelli 2001, p. 79); accanto alle ossa si trovava inoltre la punta di una lancia: il tutto è conservato ancor oggi nella Cattedrale di T. di Madras.

Nei racconti dei viaggiatori e dei religiosi si trovano riscontri alle informazioni offerte da Polo: la maggior parte delle notizie sembra riconducibile a informatori orali, e debitrice alla tradizione locale malabarita, «and was influenced by an earlier story of Buddhist or Hindu origin» (Longworth Dames 1921, p. 126 nota 2) per quanto alcuni elementi vadano certamente ricondotti agli Atti, e si ritrovino quindi in gran parte delle fonti scritte, occidentali e orientali. Nel dettaglio. (1) Nel Milione si parla di una piccola città sulla costa, poco popolata e lontana dalle vie più trafficate. La localizzazione malabarita corrisponde con quella, più generica, fornita da Giovanni da Montecorvino OFM, primo vescovo cattolico di Canbaluc (1291-1293): «l’India superiore che si dicie Maabar in della chontrada di Santo Tomeo» (Sella 2008, p. 118); Odorico da Pordenone dà la notizia della presenza, intorno alla chiesa, di un gruppo di case nestoriane (Relatio, ed. van der Wyngaert 1929, p. 442); di una città detta Mirapolis (latinizzazione di Mylapour?), in cui fu ucciso l’apostolo, parla il fiorentino Giovanni de’ Marignolli OFM (ed. van der Wyngaert 1929, p. 545). Duarte Barbosa ricorda Mylapour in termini che riecheggiano quelli poliani: una città scarsamente popolata e molto antica; il corpo di T. si troverebbe in una chiesetta sul mare. (2) La terra rossa dalle proprietà miracolose: caratteristica del rito siriaco-caldeo, «la polvere raccolta dalla tomba dei santi mescolata all’acqua e all’olio veniva benedetta […] e data da bere ai malati» (Sorge 1983, p. 16). Nel De miracolis (compilazione attribuita a Gregorio di Tours) si racconta che Mesdeo aveva deciso di riesumare il corpo di T. per guarire il figlio gravemente ammalato: l’apostolo era apparso in sogno al re, rimproverando la sua incredulità e garantendogli tuttavia il perdono; una volta aperta la tomba egli aveva scoperto che le ossa erano state trafugate e portate a Edessa; la polvere, raccolta e posata sul corpo del figlio lo aveva guarito (Erbetta 1980, p. 391). Pure Giovanni de’ Marignolli racconta di aver assistito a guarigioni miracolose (ed. van der Wyngaert 1929, p. 545). (3) Il miracolo narrato nel Milione: ambientato nel 1288, di genere piuttosto convenzionale (Devos 1948, p. 257), manca tuttavia di ulteriori attestazioni. Se il riso ha riscontro negli Atti, dove il santo permuta nel cereale della sabbia per pagare i suoi operai, l’energia con cui T. spinge alla gola del barone il forcone per minacciarlo si può forse associare alle numerosissime leggende in cui la mano e il braccio dell’apostolo operano miracoli (Devos 1948, p. 240-242; Benedetto, in prep.). (4) Il “martirio” del santo: nella versione poliana non si può parlare, propriamente, di un vero martirio: T. muore piuttosto come un santo (Devos 1948, p. 256; Benedetto, in prep.; del resto in alcune fonti l’apostolo muore di morte naturale, vd. Erbetta 1980, p. 373 nota 66). Dagli Atti paiono discendere più dettagli poliani: «il re lo consegnò a quattro soldati e ad un ufficiale, ordinando loro di condurlo sul monte di fronte ed ivi di trafiggerlo con delle lance e così finirlo; poi avrebbero fatto ritorno in città. […] Il beato T. andò a pregare e, inginocchiatosi in disparte, alzò le mani verso il cielo e pregò […]. [I soldati] vennero e lo trapassarono tutt’insieme con le lance. Cadde e morì» (Erbetta 1980, p. 372-373). In un passo precedente degli Atti si ritrova il motivo dell’uccello trapassato da una freccia – si tratta del racconto di un sogno premonitore di Carisio, colui che consegna T. a Mesdeo: «L’aquila rubò di nuovo di fronte a noi una colomba e una quaglia. Il re le scoccò un dardo, che la trafisse da parte a parte, ma non le fece male. Quella, illesa, si alzava verso il suo nido» (Erbetta 1980, p. 346). Cita esplicitamente i pavoni Giovanni de’ Marignolli: il santo vi figura avvolto in un mantello di penne di pavone, com’è tipico dell’iconografia malabarita tradizionale. Anche il suo racconto del martirio presenta forti affinità con quello poliano: una freccia colpisce nel fianco (in latere) il santo, che muore dopo una notte di orazioni: «Ecclesias edificat in civitate in die, sed nocte ad tria miliaria ytalica ferebatur, ubi sunt pavones innumeri, unde sagitta, quam fricciam vocant, in latere, sicut misit manum in latus Christi, percussus, hora completorii ante suum oratorium jacens et sanguinem sacrum totum per latus effundens, tota nocte predicans mane reddit animam deo» (ed. van der Wyngaert 1929, p. 544). Ancor più stringenti le coincidenze nel racconto di Duarte Barbosa (XVI sec.): «Par che un giorno un gentile, andando alla caccia con un arco, vidde sopra un monte che erano posti insieme molti pavoni, e nel mezzo vi era una cosa alta tutta splendente, posta sopra una pietra piana, ma per lo splendore non poteva discerner ciò che fosse. Qui, fatto animo, tirò con una freccia nel mezzo, e li pavoni si levorno a volo, ma egli sentì di aver dato come nel corpo di un uomo, per la qual cosa corse subito e lo vidde cadere in terra morto. E venuto nella città e contato per ordine alli governatori ciò che gli era avvenuto, quelli andarono a vedere e cognobbero essere il corpo del glorioso apostolo, e che sopra la pietra dove ei cadde era restata la forma delli piedi impressa nel sasso; e compunti nel cor dissero: “Costui era uomo santo, e noi non lo credevamo”, e lo volsero sepellire nella chiesa dove ora sta, e posero la pietra con la forma de' piedi appresso la sepoltura. Dicono che nel sepellirlo mai poterono coprirgli il braccio destro, che sempre restava di fuori, e se gli coprivano tutto il corpo il giorno seguente ritrovavano il braccio fuori: e così lo lasciorno stare. Li cristiani suoi discepoli gli edificorno quella chiesa, e li Gentili l'ebbero in somma venerazione. […]» (nella versione ramusiana, ed. Milanesi 1978-1988, II, pp. 669-670 = ed. Longsworth Dames 1921, pp. 126-129 e note) (l’impronta del piede dell’apostolo nel luogo del ferimento (registrata anche dal viaggiatore fiorentino Andrea Corsali; per un altro “santo” calco vd. Zeilan). (6) La proprietà “apotropaica” del corpo di T. è motivo largamente diffuso; la Passio ricorda che esso ha un potere tale che nessun eretico, ebreo o idolatra possono vivere in Edessa (Erbetta 1980, p. 385 nota 7). Nell’Epistola Odonis de miraculis S. Thomae in India (XII sec.) si legge, a proposito di un miracolo postumo che il corpo di T., riesumato una volta all’anno, dispensa la comunione, e il suo braccio la nega a chi abbia il cuore impuro (vd. Devos 1948, p. 270). Infine, sull’apostolato nubiano di T. (R III 39 6), vd. Olschki 1957, p. 228.

[SS]