CUBLAI CAN

R I 1 10; R I 44 1; R I 55 1; R I 55 26; R II 1 0; R II 1 1; R II 1 3; R II 1 4; R II 1 7 (Cublai); R II 1 9 (Cublai); R II 1 13 (Cublai); R II 1 14; R II 1 15 (Cublai); R II 1 16 (Cublai); R II 1 17 (Cublai); R II 1 18 (Cublai); R II 1 22 (Cublai); R II 1 23 (Cublai); R II 4 1 (Cublai Gran Can); R II 55 9; R II 55 16; R III 2 9 (Cublai); R III 6 4 (Cublai Gran Can); R III 19 9 (Cublai Gran Can); R III 44 6 (Cublai Gran Can).

Coblai, Cublai, Cublai Can, Cublai Grant Chan, Cublai Kaan, Cublai Kan F; Cablay, Cublai, Cublai Ka(a)n, Cublay, Cublay Kan, Cublay Magnus Kan L; Cublai, Cublay, Cublay Kaam, Cublay Magnus Kaam, Magnus Kaam Cublai, Magnus Kaam Cublay P; Chelabas, Cholai, Choli (Chan), Lubai, Tubeli V; Chublaim Chublai Chaan, Chublai Chan VA; C(h)oblai, Clobai, Clobai Can, Clobai Gran Chan, Clubai Chan, Coblai Can, Coblai Gran Can, Coblay C(h)an VB; Coblai Caan, Cublay, Cublay Magnus Dominus, Magnus Dominus Cublay Z.

BIBLIOGRAFIA – Atwood 2004, pp. 457-460; Bernardini, Guida 2012, pp. 127-172; EIr V/2, pp. 133-135; van der Kujp 1996; Pelliot 1959-1963, pp. 565-569, n. 186; Poppe 1957; Rossabi 1988.

Qubilai (r. 1260-1294) fu quarto Gran Can dell’impero mongolo e fondatore della dinastia Yuan, al governo della Cina fino al 1368. Fra i Gran Can mongoli successori di Činggis Qa’an, Q. è certamente quello che ha goduto di maggior fama nel mondo occidentale, soprattutto grazie al racconto poliano. Quarto figlio di Tolui (ultimogenito di Činggis Qa’an) e della principessa Sorqaqtani, di lignaggio kereita (e fede nestoriana) – descritta da Pian di Carpine e da Rašīd-ud-Dīn come donna eccezionale –, Q. succedette al fratello Möngke il 5 maggio 1260. La sua elezione a Gran Can fu molto controversa: essa avvenne in un quriltai (assemblea generale) formato quasi esclusivamente dai suoi sostenitori e tenutosi a Kaiping, ai confini con la Cina, anziché in Mongolia, e conobbe la tenace opposizione di Qaidu, gengiskhanide del ramo ögödeide.

L’etimo del nome Q. sembra riconducibile ad un participio di qubila- “dividere” (da qubi “parte” [← turco-uiguro]; vd. Pelliot, pp. 565-566); un’altra possibilità etimologica individuerebbe l’origine del nome nella base verbale mongola qubil- “trasformarsi” (Rybatzki 2006, p. 450). La -i- della seconda sillaba è molto breve (praticamente uno schwa), quindi la grafia poliana è del tutto attendibile: la pronuncia infatti era Qublai.

Sul piano militare Q. riuscì a realizzare il sogno dei suoi predecessori di assoggettare l’intera Cina: la conquista dei Song meridionali del 1279 segnò l’apogeo del suo khanato; per contro, le spedizioni militari in Giappone e in Indocina furono dei fallimenti.

Tra le molte riforme in campo amministrativo e sociale (per cui vd. Rossabi 1988), ricordiamo l’istituzione del censorato, la cui funzione consisteva nel vigilare sull’operato dei funzionari; di un «thai» fa menzione anche il racconto poliano. Q., come gli ricordavano i consiglieri cinesi, ben sapeva che «un impero viene conquistato a cavallo ma non può essere governato a cavallo» (Bernardini, Guida 2012, p. 139): così, egli si circondò di consiglieri sia mongoli che cinesi e, soprattutto nell’amministrazione dell’impero, affidò un posto privilegiato ai semuren “uomini di categoria speciale”, cioè i sudditi non cinesi e non mongoli, fra cui ricordiamo la figura del centrasiatico Ahmad Fanākatī, ministro delle finanze – il cui assassinio è dettagliatamente descritto nel racconto poliano. Ai semuren appartenevano anche i Polo.

Nel 1264 Q. trasferì la capitale imperiale da Qaraqorum – nel racconto poliano «Caracoran» – a Taidu (“Grande Città”), l’odierna Pechino, già precedentemente sede dell’antica capitale Jin. La residenza estiva del Gran Can era invece Shangdu – resa celebre dal poema «Kubla Khan» di Coleridge – nell’attuale Mongolia Interna, ad una distanza di circa 350 km a N di Dadu; non è escluso che il Gran Can vi soggiornasse anche in alcuni mesi invernali, come riporta il racconto poliano, in quanto è proprio d’inverno che si cacciano gli animali migliori (vd. R III 13-16). Per essere accettato come «Figlio del Cielo» dai sudditi cinesi, che oltretutto rappresentavano la maggioranza della popolazione, Q. non poteva presentarsi in vesti troppo crude e “barbare”: un imperatore cinese guadagnava stima e favore rendendosi patrono della letteratura e delle arti (Rossabi 1988, p. 153). Per questo, senza abbandonare i tratti fondamentali della cultura mongola, fra cui ricordiamo la passione per la caccia, promosse scienza, cultura e arte; ordinò, ad esempio, la compilazione delle storie delle dinastie Liao e Jin che lo avevano preceduto. Q. si adoperò anche per avvicinare la lingua del popolo alla lingua della burocrazia, strumento indispensabile per la gestione dell’impero; cercò infatti di semplificare la varietà delle grafie in uso nell’impero (cinese, mongolo-uigura, uigura e tibetana) ordinando al monaco buddhista ’Phagspa Blo – precettore nazionale dal 1264 – l’elaborazione di un nuovo sistema di scrittura per poter mettere per iscritto tutte le lingue dell’impero e che rispecchiasse la lingua parlata. Il nuovo sistema di scrittura, entrato in vigore nel 1269, chiamato appunto ’Phagspa – noto altresì col nome mongolo dörbelǰin üsüg “scrittura quadrata o quadrangolare” – deriva in larga parte dalla grafia tibetana ddu can ed è scritto verticalmente in colonne da sinistra a destra. Non è rigorosamente alfasillabico, in quanto rappresenta le vocali separatamente dopo le consonanti (vd. van der Kujp 2006). I documenti ’Phagspa sono molto importanti anche per i moderni studi linguistici perché rappresentano le lingue parlate al tempo del Gran Can, e permettono di distinguere suoni vocalici e consonantici; tuttavia il sistema di scrittura ’Phagspa fallì nel suo intento, rimanendo circoscritto principalmente a sigilli ufficiali, paiza, steli e monete; per il corpus mongolo in ’Phagspa, vd. Poppe (1957). Le diverse etnie continuarono a comporre opere letterarie usando la propria grafia tradizionale.

Sul piano della religione, Q., come i suoi predecessori, accoglieva alla sua corte tutte le fedi, mostrando tuttavia una particolare propensione per il buddismo, forse instillatagli già in tenera età dalla sua nutrice di origine tanguta (vd. alla nota Tangut) e successivamente rafforzata dalla moglie Chabi, fervente buddista e di nobile lignaggio Qonggirat (a cui apparteneva anche Börte, la prima sposa di Činggis Qa’an). Chabi ebbe un ruolo fondamentale nella vita e nelle scelte politiche e amministrative del marito (vd. Rossabi 1988, pp. 67-69). Oltre alle quattro mogli ufficiali (dettagliatamente descritte da Pelliot, pp. 567-569), Q., secondo l’usanza mongola, ebbe un grande numero di concubine, come riferito da Marco Polo (vd. R II 5-14), e un gran numero di figli (R II 5 conta ventidue figli maschi legittimi, e venticinque naturali; e vd. Pelliot, pp. 567 e segg. per maggiori dettagli).

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